Gerusalemme capitale

La mancata citazione di Gerusalemme come città indivisibile e capitale di Israele nella piattaforma del Partito democratico americano è stata “imbarazzante” per lo stratega democrat Paul Begala, un “errore tecnico” per il capo del partito, Debbie Wasserman Schultz, “infelice” per uno dei leader della commissione che redige il programma, Cory Booker e sostanzialmente ininfluente per il sindaco di Chicago, Rahm Emanuel, che tanto, dice, non ha mai letto una piattaforma in vita sua. Ma la linea del Partito democratico su Gerusalemme è chiara da tempo (nel 2008 il riferimento era esplicito) e il fatto che il Congresso in carica sia uno dei più filoisraeliani della storia americana ha reso ancora più imbarazzante la rettifica.
10 AGO 20
Immagine di Gerusalemme capitale
La mancata citazione di Gerusalemme come città indivisibile e capitale di Israele nella piattaforma del Partito democratico americano è stata “imbarazzante” per lo stratega democrat Paul Begala, un “errore tecnico” per il capo del partito, Debbie Wasserman Schultz, “infelice” per uno dei leader della commissione che redige il programma, Cory Booker e sostanzialmente ininfluente per il sindaco di Chicago, Rahm Emanuel, che tanto, dice, non ha mai letto una piattaforma in vita sua. Ma la linea del Partito democratico su Gerusalemme è chiara da tempo (nel 2008 il riferimento era esplicito) e il fatto che il Congresso in carica sia uno dei più filoisraeliani della storia americana ha reso ancora più imbarazzante la rettifica – con la quale è stato fatto rientrare anche Dio, già che c’era – ordinata, stando alle fonti, dallo stesso Obama, il quale ha fatto smentire di avere avuto un ruolo nell’operazione da una portavoce della campagna. Il presidente, ha detto lei, non aveva mai approvato la piattaforma, dunque non si tratta di un goffo emendamento in corsa, ma di una svista all’origine; così appare appena più verosimile la versione dell’ex governatore dell’Ohio, Ted Strickland, che presiede la commissione che verga il documento: è stata una “chiarificazione”, non un errore.
Il pasticcio combinato nei corridoi democratici è perfettamente rappresentato dalla faccia di Antonio Villaraigosa, master of ceremonies della convention di Charlotte, al quale è toccato il compito di proporre ai delegati un’improbabile votazione per acclamazione e di proclamare un’ancora più improbabile approvazione da parte dei due terzi degli astanti, fra i “buuu!” non solo degli scettici su Israele ma anche degli offesi per una così plateale presa in giro procedurale. Il siparietto tragicomico contiene una doppia assurdità. Innanzitutto, l’idea di eliminare surrettiziamente un punto assodato nella linea del partito, e ripetuto in ogni salsa, è almeno balzana, soprattutto se si considera il sostegno a Israele negli ambienti democratici. In seconda battuta, la riabilitazione tardiva di Gerusalemme confligge con la posizione dell’Amministrazione Obama, che lascia alle parti in causa il compito di decidere. Una cosa è la piattaforma del partito, un’altra è la politica sul campo, ma a Charlotte i piani si sono confusi, con esiti imbarazzanti per Obama.